Storytelling?

Oggi si parla sempre più di storytelling, poiché “raccontare storie” sembra essere l’espediente comunicativo più potente per giungere al cuore delle cose, per far capire più intensamente l’essenza di ciò che intendiamo descrivere o spiegare.

DSC02756Ma perché usiamo storytelling, un termine inglese? Perché copre un campo semantico più ampio: rispetto ai termini italiani romanzo, racconto, narrazione, narrativa, ecc., che restano limitati all’ambito letterario e al linguaggio verbale (orale e scritto), lo storytelling si applica anche al campo del visuale e soprattutto dell’immagine in movimento (video e cinema); inoltre, a differenza dei termini italiani citati sopra, lo storytelling comprende testi sia di fiction (di nuovo un termine anglosassone intraducibile, che comprende letteratura e cinema), sia di non fiction, come giornalismo, formazione, pubblicità, e altro.

Questa estensione è evidente se pensiamo che lo storytelling sta dilagando in campi diversi da quelli a cui lo si associa abitualmente (quello letterario e quello cinematografico ). Troviamo infatti:

Visual Storytelling: tendenza sviluppata negli ambienti professionali di grafica e design, che tende ad esaltare il potere narrativo delle immagini e degli oggetti ;

Educational Storytelling: il riconoscimento che lo storytelling è uno strumento potente nei processi di apprendimento, in quanto elabora i significati dell’esperienza, integra i nuovi dati negli schemi concettuali precedenti, favorisce la memoria e la condivisione del sapere ;

Journalism Storytelling: in ambito anglosassone la scrittura giornalistica è sempre stata definita come “to tell a good story”; oggi tuttavia lo sviluppo e la facilità di produzione dei web-doc e delle forme di content curation stanno riorientando articoli e reportage in direzione narrativa;

Advertising Storytelling: mentre si appanna l’autoreferenzialità del logo, la necessità di puntare su strategie di engagement dell’utente porta il mondo pubblicitario verso forme sempre più spiccatamente narrative;

Corporate Storytelling: è la tendenza a personalizzare l’identità delle imprese mediante la loro storia; ma non si tratta solo di un pratica aziendale, anche la severa Fondazione CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) organizza dei corsi sull’ «opportunità di un racconto avvincente per comunicare l’Università» ;

Data Storytelling: con l’aumento esponenziale dei big data, soprattutto in forma open, si sviluppa una convergenza fra analisti di dati, progettisti e grafici, in funzione di uno storytelling orientato sia al giornalismo (data journalism), sia ai processi di trasparenza fra amministrazione e cittadini.

DSC01901Ma al di là di questa estensione quantitativa, è certo che lo storytelling sta emergendo sempre più sullo scenario culturale come strumento in grado di gestire la complessità. Ormai neanche i blogger più ingenui considerano la costruzione di storie semplicemente un “mettere gli eventi uno dietro l’altro”: la capacità interpretativa della mente, che consente di organizzare e spiegare il reale attraverso storie complesse, a volte solo possibili, a volte anche improbabili (vedi la fantascienza), prende avvio nell’antichità con i grandi miti di fondazione della civiltà, lo storyworld, e continua nella storia dell’umanità fino alla psicoanalisi, che studia un campo apparentemente “fuori dalla realtà”, ma ad alta intensità emotiva (i sogni), dove il racconto dimostra tutta la sua potenza creativa smontando e rimontando la realtà quotidiana proprio per esplorare e spiegare le dimensioni più profonde e nascoste della conoscenza.

L1030569Costruire storie significa costruire il senso, una pratica tanto più necessaria in un contesto culturale come quello contemporaneo che ha bisogno di elaborare quella riflessività necessaria per capire cosa sta cambiando nei flussi sociali, nelle logiche della produzione e del consumo, nelle nuove forme di relazioni fra le persone. Lo storytelling appare quindi come la forma più empirica, agile, flessibile, di accedere alla conoscenza, come elemento organizzatore che consente di selezionare i dati e poi connetterli secondo modalità che non sono rigide, come quelle delle procedure algoritmiche, ma esplorative e nomadi, simili al vagabondare in terre sconosciute. Ed è superfluo ricordare quanto il racconto sia legato al viaggio, a partire dal ritorno ad Itaca di Ulisse; ai romanzi di peripezia; alle esplorazioni infernali cui si ispira Dante; alle letterature di viaggio, durante le grandi scoperte geografiche; alla narrativa on the road; e — sul piano della teoria — alle Passeggiate nei boschi narrativi di Umberto Eco: tutti elementi in cui ritroviamo la connessione fra conoscenza ed esplorazione del territorio.

A tutto questo la tecnologia aggiunge un elemento in più: la mano che già gestiva il mouse per muoversi fra i bivi del racconto, o che impugnava il joystick per immergersi nei videogiochi tridimensionali, si è ora spostata sullo schermo dello smartphone, che sta diventando una specie di bacchetta da rabdomante per l’odierno lettore-spettatore, che non si muove più solamente nei contorni chiusi del testo, né nella molteplicità delle relazioni di rete, ma che proprio grazie allo smartphone è diventato anche viaggiatore/esploratore. Il suo testo sono gli spazi urbani mediati, interattivi perché ormai l’ubiquitous computing dissemina ovunque i suoi microelaboratori in grado di ricevere input ed emettere output.

Come in una commedia shakespeariana, dove le vicende umane si svolgono entro scenari densi di presenze magiche, di folletti e spiriti soprannaturali, di entità sensibili e flussi emozionali, così gli sviluppi tecnologici attuali ci vedono immersi in un tessuto connettivo dove la pervasività dei flussi comunicativi porta a guardare la realtà circostante non solo come materia inerte, ma anche come possibilità narrativa, fatta di atomi, certo, ma soprattutto di bit…

Giulio Lughi

* (estratto e rielaborato da G. Lughi, Interactive Storytelling, in S. Arcagni (a cura di), I media digitali e l’interazione uomo-macchina, Aracne, Roma, in press.)